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Revisione
28 gennaio 2006, 09:35
Filed under: racconti
1.Ma il panico vero alla fine non crede negli orologi.Oggi provavo a ricordare uno degli ultimi libri letti, mi avevano appena chiesto delle opinioni e le parole annaspavano.Il flusso del pensiero una volta ri-territorializzato, dall’ideale alla lingua, inevitabilmente collassa.Morale della storia, un’afasia soffocante, irrinunciabile, la condanna ad una coscienza inesprimibile, l’interlocuzione perplessa accusatoria –ma a che ti serve allora una libreria?-, e alla fine si chiude in silenzio: –ciao! – – ciao -.
 

2.Ritorno piano alla stazione, corteggio qualche parancola in ruggine che si accarezza l’acqua, è già buio, una sera in blue e arancione avanza, maledico il selciato, abbandono pezzi di plastico mentre provo ad immaginarmi un orologio, tutto sommato credo di dover correre oggi.

Dieci minuti dopo me ne sto accoccolato sotto l’ardesia del cielo,sembra Firenze qualche anno fa, riscaldo il marmo della seduta, la neve addormenta i treni anche stasera, la ragazza vicino a me sbuffa, ancora noia e ancora orologi.Penso di volerle sorridere mentre per caso ci guardiamo…ma io ritorno al mio libro, lei ritorna ai suoi sbuffi, l’orologio ai suoi secondi e al treno credo che in fondo non gliene importi molto di ritornare a qualcosa, comunque ho corso per nulla.

Il neon dello scompartimento ipnotizza qualche attardato pendolare, 3 per la precisione, me escluso.Due di schiena dietro di me, – Le Corbusier è figlio del più bieco positivismo!- , – ma la teoria della relatività…-, – e le parole si devono usare con cognizione di causa – , – E’ che siamo troppo avanti noi, eh eh, eh !! -. Io intanto mi chiedo se la storia passi veramente di qua o se non siamo ora, qui dentro, solo l’ennesima piega del tempo, se significa qualcosa, se le parole, ora che decido di ricordarle, diventino altro, se posso salvarle dallo “stato”; ho deciso: voglio restare una boa sull’addensarsi dell’ E’.

Ancora fratture.

 

3.Ora scendo dal treno, betonelle, un tubo inutile di plexiglass, qualche divieto e la scomodità di una porta a molle, l’ultimo respiro del mio plastico e miei ultimi metri con lui, i bidoni ingrassati, dal canto loro, ringraziano.
Il palo della luce, piove, una piccola scossa mentre mi appoggio per saltare il mare delle pozzanghere.
E’ una galleria pulita questa, il suo cartello – attenzione si può scivolare -; ne sono felice, la mia sicurezza garantita dalle urla dell’addetto così gentile nel regalarmi il diluvio e il traffico.
Terza mattonella del cavalcavia, una bava di cemento a strapiombo sui treni, caccio le mani in tasca, slalom tra gli immigrati, la palla delle mie chiavi, rigo un po’ la porta… eccomi a casa.

 

4.L’appartamento è una gerarchia di bui avviluppati al corridoio ad L:

_Il soggiorno è 5 metri di vetrate, 5 metri di luce riflessa dal bianco del palazzo di fronte, un solo raggio di sole diretto, 2 ore al giorno, poi diffusione

_la cucina è un cubo appeso al cavedio scrostato, come il bagno, sole che acceca quando a mezzogiorno si lavano i piatti

_le 3 camere a sud, palchetti soffocanti sul tremore dei binari

 

5. Steso a letto rivedo.Io non ricordo un solo giorno della mia vita, ma ne possiedo fotogrammi rimescolati, una cronologia indistinta di occasioni, di persone, di luoghi, di case, di stanze.Tassonomia confusa che scambia corpi, facce, caratteri, situazioni, le immagini delle ultime volte, le case che ho lasciato, gli addii ignobili di un ci vediamo non guardato, tutte le stanchezze a braccia conserte su tavoli intagliati, i voti dimenticati in mezzo a feste, febbricitante in solitudine, echi cortissimi fatti di marmo e parole smangiate nella confusione dei molti, dei troppi.La vertigine ritorna, ricucisco un pochino, appena un po’, compare la figa frattale di Summerson, piatta e distesa in un orbitare continuo, poi il buio, poi il sonno.
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